Berlusconi tradito dalla parodia Dc. Ma l'urna avrà l'ultima parola

Non c’è bisogno di es­sere satiri per patire la solitudine. Basta avere intorno a sé i ruderi di un partito che è stato importante; basta una condan­na da scontare e temere di rice­verne altre. Non frequento le di­more di Silvio Berlusconi e igno­ro ciò che vi accade in questi giorni funesti. Posso solo imma­ginarlo e rabbrividire. Quando un uomo cade in disgrazia per vari motivi, i suoi amici sono meno amici, cambiano espres­sione, qualcuno diventa antipa­tico, altri fastidiosi. Quelli poi che si offrono volontari per dar­gli una mano senza sapere co­me, sarebbero da prendere a pe­date. Sechi Un inizio di ottobrate che passerà alla storia, con manovre da stuntman - Rizzini Quarantenni spa
7 OTT 13
Ultimo aggiornamento: 14:04 | 22 AGO 20
Immagine di Berlusconi tradito dalla parodia Dc. Ma l'urna avrà l'ultima parola
Pubblichiamo l'editoriale di Giuliano Ferrara apparso domenica sul Giornale
Non c’è bisogno di es­sere satiri per patire la solitudine. Basta avere intorno a sé i ruderi di un partito che è stato importante; basta una condan­na da scontare e temere di rice­verne altre. Non frequento le di­more di Silvio Berlusconi e igno­ro ciò che vi accade in questi giorni funesti. Posso solo imma­ginarlo e rabbrividire. Quando un uomo cade in disgrazia per vari motivi, i suoi amici sono meno amici, cambiano espres­sione, qualcuno diventa antipa­tico, altri fastidiosi. Quelli poi che si offrono volontari per dar­gli una mano senza sapere co­me, sarebbero da prendere a pe­date. Suppongo che il Cavalie­re abbia una gran voglia un senso al lavoro, alla cre­azione di ricchezza, alla gene­razione di lavoro e di impre­sa, tutte cose sepolte sotto la coltre dell’ideologia solidari­sta in grande spolvero. Altro che il governo, i ministri, la pubblica amministrazione. Viaggiamo verso il 140 per cento del debito pubblico cal­colato sul Pil, i governi sono curatori fallimentari.
La poli­tica economica e finanziaria è eterodiretta, il suo centro sta sull’asse tra Francoforte e Ber­lino, e la politica fiscale è in larga misura obbligata: i go­verni italiani ormai servono araccontarcela sul cuneo fisca­le, sulla necessità di sollevare dall’oppressione fiscale chi la­vora e produce, imprenditori e lavoratori, ma è chiacchie­ra. La liberazione fiscale è fat­tibile solo se accompagnata da grandi riforme, radicali, ca­paci di restituire produttività e competitività al sistema, e di introdurre un regime di con­corre­nza che avrà le sue esclu­sioni e i suoi punti anche uma­namente critici al fine di gene­rare la grande inclusione del­la crescita economica, dello sviluppo. Se è per adorare Ma­donna povertà, preferisco il Papa, lo Stato pontificio. Per risolvere i problemi ci vorreb­bero borghesi non confindu­striali, leadership toste, non quarantenni democristiani. Comunque, staremo a vede­re.

Con la ricomposizione del partito ministeriale, che si è mostrato più forte sia della progettazione di leadership di un Renzi, con tutti i suoi di­fetti l’unico che prometta qualcosa di serio, sia del cari­sma di Berlusconi, offuscato e umiliato, quali che siano stati i suoi errori tattici, dal brivido di un piccolo potere da con­quistare e da tenersi stretto per farne non si sa che cosa, si è consumato un delitto con­tro la giustizia. La conseguen­za della fiducia a Letta è stata la sanzione che gli affari di Berlusconi sono cosa privata, che tra giustizia e politica non c’è problema, che la politica e le istituzioni non devono ri­bellarsi al prepotere venten­nale dei giudici e del loro parti­to, un’idea chiara che ormai hanno abbracciato sia un po­stcomunista ed ex magistrato come Violante sia il liberale Panebianco: basta abbando­nare Berlusconi al suo desti­no, e il gioco è fatto in nome di una nozione molto cinica di stabilità e di governabilità. Va bene, siamo realisti. Berlusco­ni ha portato il realismo a vet­te da commedia, ha fatto l’uo­mo di spettacolo, e si è rotto la testa. Quando e come la ferita si rimarginerà è questione aperta. Per adesso sanguina.
Un Paese in cui passa l’idea grottesca che non c’è accani­mento giudiziario politicizza­to, con la sua saturazione me­diatica da regime politico tota­litario, e prepotere dei pm contro la divisione dei poteri, è un Paese che ha deciso di cre­dere a una grande menzogna. All’avanguardia della creduli­tà, per gola, stanno gli arcine­mici del berlusconismo, i gior­nali editi da un publisher di cit­tadinanza svizzera che si agi­tano contro la frode fiscale, i poteri forti delle procure, e il grande esercito dell’opportu­nismo di sempre. Manca all’appuntamento il popolo elettore, di cui si ha tut­tora una grande paura. La ba­stonatura di Berlusconi ha senso solo in riferimento a questa grande paura. Ora Let­ta e Alfano, i protagonisti di questa svolta fondata sulla ra­tifica dell’ingiustizia,dovran­no dimostrare di saper fare qualcosa. Ma lo spettro di Ber­lusconi non scomparirà tanto facilmente dai loro banchetti di stabilità e governabilità. Berlusconi aveva tenuta aper­ta nonostante tutto, nono­stante le sue follie, una con­traddizione felice, quella tra il conformismo rinunciatario e la pretesa di una rivoluzione di libertà e di spontaneità. La classe dirigente cosiddetta si rimette in ghingheri e grisa­glia, sa di parodia della Demo­crazia cristiana di un tempo, e sarà giudicata alla prova di ri­forme, a partire dalla giusti­zia, che rimettano a posto le cose devastate della lunga sta­gione del giustizialismo. Il po­sto nella storia ce lo si conqui­sta non già mettendo insieme alla rinfusa i governativi sulla pelle di un «condannato defi­nitivo », ma risolvendo le gran­di questioni nazionali, prima tra tutte quella di un sistema penale piegato all’interesse e alla faziosità politica. Stare­mo a vedere. Nutriamo sfidu­cia.